Da uniforme militare a simbolo di protesta

#22 La storia della field jacket: nata per proteggere i soldati, diventata qualcosa di diverso

Le uniformi nascono per proteggere chi le indossa, ma anche per dargli un’identità. Permettono ai membri di un’organizzazione di riconoscersi e distinguersi. In guerra i soldati erano soliti indossare uniformi spesso più adatte alle occasioni formali che all’azione vera e propria in territori ostili. I soldati americani durante la Prima Guerra Mondiale usavano dei lunghi cappotti di lana poco adatti a correre tra una trincea e l’altra con un’arma in mano. Alla fine del 1939 il War Department Uniform Board riceve un compito preciso: sviluppare una giacca da campo che soddisfi le richieste dei soldati. Il compito di progettare questa giacca viene dato al Generale J. K. Parsons che opta per un capo leggero in cotone, con fodera in lana, più corto e funzionale, lungo fino alla vita, ispirato alle giacche sportive dell’epoca. Il risultato è quella che conosciamo come Field Jacket M-1941, prendendo il nome, come tutti i suoi successori, dall’anno della sua introduzione. L’iconica M-41.

Ma una volta sul campo, la giacca si rivela un fallimento. La fodera isola poco, il tessuto esterno protegge male da pioggia e vento. Anche il colore sbiadisce rapidamente, riducendo la capacità mimetica. Insomma, un errore di progettazione. Eppure viene utilizzata durante la prima fase della Seconda Guerra Mondiale, semplicemente perché non c’è alternativa. Le lamentele dei soldati al fronte diventano presto impossibili da ignorare. Alla fine del 1942 il Quartermaster Corps, uno dei corpi più antichi dell’esercito statunitense, interviene e convoca un gruppo di consulenti, coinvolgendo anche designer e aziende specializzate in abbigliamento outdoor. L’obiettivo è chiaro: progettare una giacca che funzioni davvero. Una volta per tutte. Con l’occasione, l’idea è anche quella di creare una soluzione standardizzata che sia adatta a tutti i corpi dell’esercito, dal paracadutista al carrista, per semplificare produzione e logistica. A guidare il progetto è Georges Doriot, immigrato francese, veterano della Prima Guerra Mondiale e professore di Economia ad Harvard. Un personaggio di rilievo, che sarà poi considerato uno dei pionieri del venture capital, ma questa è davvero un’altra storia. Ma non basta progettare, bisogna anche testare. E in questo il contributo dell’industria outdoor si rivela decisivo, perché per la prima volta si introducono test sistematici sui materiali, per valutarne la resistenza in condizioni reali ed eliminare i problemi prima della produzione. È un cambio di approccio non da poco per l’esercito. Grazie al contributo di scienziati, esploratori e produttori outdoor nasce la M-43.

La giacca è realizzata in raso di cotone verde oliva. È progettata come strato esterno, da indossare sopra altri capi in qualsiasi condizione climatica. Arriva ai fianchi e introduce soluzioni pensate per il campo: un cappuccio staccabile, una coulisse in vita per regolare la vestibilità e quattro ampie tasche. Le due sul petto, a soffietto, sono pensate per l’equipaggiamento e per tenere anche le granate a mano. Quelle inferiori, più grandi e interne, per riporre munizioni e altri oggetti personali. Non è più solo una giacca, diventa uno strumento a disposizione dei soldati. Un capo che tiene insieme resistenza, praticità e un discreto equilibrio estetico. Rispetto alle uniformi precedenti, è un salto evidente. È il risultato di un lavoro collettivo e delle grandi competenze che la società statunitense riusciva a mettere allo stesso tavolo in quel periodo storico. L’obiettivo era davvero ambizioso: fornire ai soldati i migliori strumenti per sconfiggere il nazismo. a produzione viene affidata a diverse aziende in tutti gli Stati Uniti. Tra il 1943 e il 1945 vengono realizzate circa 17,5 milioni di Field Jacket. Privilegiando la funzionalità rispetto alla tradizione, gli Stati Uniti ottengono un risultato raro nel campo dell’abbigliamento militare. In piena guerra, invece di semplificare, rendono il prodotto più evoluto e complesso. Quelle giacche, prodotte da una forza lavoro composta da uomini e donne di ogni credo ed etnia, diventano uno dei simboli della vittoria americana nella Seconda Guerra Mondiale. Ma non tutte le guerre hanno gli stessi obiettivi, e lo stesso ruolo nella storia. Negli anni successivi arriva la M-51, utilizzata nella guerra di Corea e nelle prime fasi del Vietnam. Mantiene la stessa struttura, ma migliora le prestazioni utilizzando raso di cotone che offre maggiore protezione dal vento e dall’umidità degli altopiani asiatici. Nel 1965 arriva un’ulteriore evoluzione. La giacca da campo viene rivista da Alpha Industries, che sostituisce la M-51 con una versione aggiornata. La principale novità è un nuovo materiale, il NYCO, ovvero una miscela di nylon e cotone, che migliora drasticamente la resistenza e la protezione dagli agenti atmosferici. Arriva la M-65.

La modifica più significativa è il cappuccio integrato, ripiegabile all’interno del colletto chiuso da una cerniera, che permetteva di nasconderlo quando non necessario. L’M-65 si dimostra così funzionale da rimanere un elemento fondamentale dell’equipaggiamento militare statunitense per decenni, fino al suo ritiro nel 2009. Ma è fuori dal campo di battaglia che questa giacca diventa davvero iconica. La Guerra del Vietnam segna un punto di rottura. A partire dal 1964, nei campus universitari americani nasce un movimento di opposizione che si espande rapidamente, arrivando anche in Europa. Milioni di persone scendono in piazza contro un conflitto percepito come inutile e distruttivo.


Anti-Vietnam War demonstrators march along Pennsylvania Avenue towards the White House during the Moratorium Day March on Washington, D.C., Nov. 15, 1969.

Alla fine della guerra, i veterani tornano in un paese diviso. Poche celebrazioni, tanta rabbia e dolore. Le uniformi militari che avevano portato a casa, e tutte quelle che erano rimaste inutilizzate nei magazzini militari, iniziano ad essere indossate da chi quella guerra l’aveva vissuta da vicino, per esprimere tutto il proprio rifiuto. In un clima di protesta sempre più diffuso, quelle giacche diventano un modo per esprimere dissenso. E per riconoscersi. Le strade iniziano a riempirsi di Field Jacket.


Artisti, musicisti e attori famosi, tra cui Bob Marley, Jane Fonda e John Lennon iniziano a indossarla per esprimere una posizione chiara contro la guerra. Diventa un simbolo del movimento pacifista, e sempre più icona di resistenza e anticonformismo. Negli anni ’80 la cultura hip-hop la porta dallo scenario politico allo streetwear. Mentre nel Duemila conquista il mondo della moda per la sua funzionalità e l’estetica intramontabile. Tantissimi stilisti l’hanno utilizzata, reinterpretando il design militare in chiave urbana. ggi i suoi connotati politici si sono quasi dissolti. La Field Jacket è diventata un oggetto da collezione per appassionati di vintage, e suscita curiosità nelle nuove generazioni. Pochi capi hanno attraversato così tante fasi della storia dell’abbigliamento maschile, tornando ciclicamente di moda, decennio dopo decennio. Oggi i suoi connotati politici si sono quasi dissolti. La Field Jacket è diventata un oggetto da collezione per gli appassionati di vintage, ma continua ad attrarre anche le nuove generazioni. Pochi capi hanno attraversato così tante fasi della storia dell’abbigliamento maschile, tornando ciclicamente, decennio dopo decennio. Parte del suo successo sta nei dettagli: le quattro tasche frontali, la costruzione dei polsini, il tessuto, ogni elemento pensato per la funzionalità. Ma non è solo questo. La M-65 è una giacca nata per accompagnare i soldati in guerra, ed è finita per diventare il simbolo di chi la guerra la rifiuta. A volte ciò che indossiamo non è solo una scelta estetica, è anche un messaggio politico e sociale.

Per oggi è tutto, grazie della compagnia. alla prossima, Andrea

Questa è Percorsi™, e io sono Andrea Corradin, quello che la scrive.

Anchio Tanino ho le mie due Field Jacket una Primaverile ed una Autunnale entrambe caratterizzate da messaggi politici , sociali e NO WAR

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