Dal Baule Dei Ricordi : La Chiostrinizzazione

Era il 1993 , chissa chi si ricorda della ” Chiostrinizzazione “ ? Il termine era utilizzato principalmente nella vecchia TETI, una delle 5 compagnie telefoniche esitenti ( STIPEL -TELVE – TIMO – TETI – SET ) in Italia fino al 1964 , prima della unificazione in SIP sotto il controllo dello Stato attraverso l’IRI/STET. Le Chiostrine erano gli armadietti terminali a 20 o 30 cp della rete secondaria utilizzate principalmente per la distribuzione delle linee telefoniche all’interno dei grandi edifici e contenevano sia le strisce di terminazione sia i blocchetti del duplex.

Nel 1993 la SIP avviò un progetto di modemizzazione della rete, partendo dai centri storici metropolitani, chiamandolo appunto ” Chiostrinizzazione ” termine usato principalmente dai tecnici romani, per eliminare gli antiestetici cavi aerei che correvano sulle facciate degli edifici,portando la rete all’interno esattamente come avveniva negli edifici serviti dalle cosiddette “Chiostrine”

Foto estratte dal libro Linee Aeree e Reti Urbane del 1968

Oltre ad un fatto estetico incominciava a essere considerata importate e prioritaria la Sicurezza sul Lavoro. La posa aerea su edificio comportava l’utilizzo di scale denominate “Scale all’Italiana” le stesse utilizzate dai pompieri costituite da 4 pezzi con lunghezza complessiva di 10,33 m di cui i tre pezzi maggiori erano lunghi 3,12 m ed il pezzo minore, chiamato cimetta o cimino, era lungo 2,23 m. La serie completa pesava circa 55 Kg . Come curiosità l’altezza massima 10.33 metri è l’altezza teorica a cui si può far arrivare l’acqua apirata da un autobotte con una pressione di 1 atmosfera (1 atm) al livello del mare.

L’utilizzo della Scala Italiana richiedeva addestramento e personale idoneo a lavorare in altezza, oltre all’impiego di due unità di cui uno alla base che porgeva i pezzi ed assicurava assistenza e controllava che la scala non si muovesse. In particolare la tecnica di montaggio dalle scale era la seguente , appoggiato al muro il primo pezzo l’operaio saliva sulla scala portando in altezza il secondo pezzo , arrivato al quart’ultimo/terz’ultimo gradino , in funzione dell’altezza del soggetto , appoggiava il piede destro al muro per staccare la scala dal medesimo e infilava il pezzo libero sul primo pezzo nelle bussole , poi riscendeva recuperava il terzo pezzo e ripeteva l’operazione descritta prima . Si trattava di movimenti quasi da acrobata , non a caso quelli piu esperti per spostarsi lateralmente ,durante la posa dei supporti e la fascettatura dei cavi , non scendevano dalla scala ma la facevano piroettare facendo perno su un piede della scala stessa , cose poi tutte rigorosamente vietate . Nonostante queste leggerezze , non ricordo incidenti sul lavoro . Tutto questo mi è noto personalmente in quanto nel Corso di Linee e Reti ,frequentato con altri colleghi ( Re – Di Maio – Petrucci – Leone – Orsola) a Torino nel 1975 presso la Scuola di Addestramento della Sip in via Tripoli ( diretta dal “terribile e temuto” ing Palladino ), tra le discipline di addestramento in campo, era previsto anche il montaggio della scala ed il lavoro in quota. L’esercitazione, che si teneva all’esterno in un cortile attrezzato, era alquanto complessa e dopo due lezioni e relativi montaggi di scala ,chiesi al direttore di esonerare dalle medesime il team Sirti che era stato iscritto al corso principalmente per le sessioni di Progettazione delle Reti in previsione dei lavori di rete in Arabia Saudita.

Per l’avvio del Progetto di Chiostrinizzazione, il dott F.Bergonzi, che era stato l’ideatore del Sevizio Ingegneria d’installazione nell’ambito della riorganizzazione del 1992 ,

chiese la predisposizione di una istruzione operativa per i tecnici e gli operai addetti.

Il progetto, estremamente dispendioso ,non ebbe però un grande successo perchè si scontrò con le problematiche incontrate in campo nell’affrontare i lavori nei palazzi d’epoca e per le pretese eccessive degli amministratori degli stabili che intendevano approfittare del progetto per rifare ex novo androni e scale

Qualche anno dopo, con il progetto Socrate, la cablatura degli edifici ritornò in auge, ma anche in questo caso si arenò con l’arresto del progetto .

Essendo il tema della cablatura un nodo imprescindibile per il collegamento delle singole utenze , nel 2014 con la legge 164/2014 “Sblocca Italia” fu introdotto l’obbligo di cablare con infrastruttura fisica multiservizio passiva tutti gli edifici di nuova costruzione e quelli sottoposti a ristrutturazione profonda, la cui richiesta di titolo abilitativo fosse successiva all’1 luglio 2015. Questo obbligo mirava a garantire la predisposizione per la banda larga.

Il problema per i vecchi edifici continuò però a persistere e con l’avvio delle attività di Open Fiber, la cablatura degli edifici diventò nuovamente uno dei capitoli da affrontare, ancora oggi solo parzialmente risolto, ad esempio la rete a banda larga (fibra ottica FTTH) nelle Aree Bianche (aree a fallimento di mercato) è progettata per arrivare ad una distanza standard di 50 metri in linea d’aria dal confine della proprietà privata dell’edificio da servire. Ci penseranno poi gli operatori a colmare questo gap

Da ultimo inserisco un manualetto fatto predisporre nel 2007, per i Lavori In Altezza , negli anni in cui, come ebbe a dirmi un collega , mi divertivo in “creatività “

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