#7 Come si può innovare un oggetto rimasto identico per quasi due secoli?
Newsletter di Andrea Corradin
Il mondo è fatto di piccole invenzioni che nessuno nota. Tipo la zip. Ci avete mai fatto caso? Probabilmente ne avete una sulla giacca, una sui pantaloni, una sullo zaino. Ne vengono usate milioni ogni giorno, ma quasi nessuno si ferma mai a darle l’importanza che merita.

La primissima versione risale al 1851, quando una rudimentale chiusura lampo viene brevettata da Elias Howe. Ma è tutt’altro che un successo. Si apre nei momenti meno opportuni, è difficile da usare, costosa da produrre. E poi si rompe facilmente. Howe è già celebre per un’altra invenzione importante, quella della macchina da cucire, e forse per questo decide di abbandonare l’idea della zip. E così il progetto viene dimenticato per 44 anni. Fino a quando lo riprende l’ingegnere ferroviario Whitcomb Judson. Lavora a una chiusura applicabile alle scarpe e la presenta all’Esposizione Universale di Chicago del 1893. Ma il meccanismo si inceppa spesso, e anche questa volta l’invenzione sembra destinata a fallire. Judson però non si arrende. Crede nel progetto e fonda una nuova società per commercializzarlo: la Universal Fastener Company.

Nonostante gli investimenti, il prodotto stenta a decollare. Fino a quando nella nostra storia arriva Gideon Sundbäck, un uomo destinato a cambiarne il destino. Nato in Svezia nel 1880, laureato in ingegneria, emigra negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Nel 1906 viene assunto proprio dalla Universal Fastener Company che lo inserisce nel reparto progettazione. È la svolta della sua esistenza, in tutti i sensi. In fabbrica incontra la donna della sua vita, Elvira Aronson, figlia di uno dei dirigenti dell’azienda. Poi la Universal decide di affidargli un compito ambizioso: migliorare il sistema di chiusura inventato da Howe cinquant’anni prima. Sundbäck ci lavora, ma non sembra riuscire a trovare una soluzione. Nel 1911 la sua Elvira muore e lui, affranto, si butta a capofitto nel lavoro. Per sopravvivere al dolore si dedica completamente a quel meccanismo che nessuno riusciva a far funzionare. Due anni dopo, la svolta: niente più ganci e uncini. Sviluppa una serie di minuscoli denti metallici che si incastrano perfettamente tra loro, mossi da un cursore. Nasce la Hookless Fastener No. 1, brevettata nel 1917.

In quello stesso anno un sarto di New York la usa per una cintura con tasche destinata ai marines americani. Funziona. Talmente bene che l’esercito ne acquista 24.000 pezzi. Durante la Prima Guerra Mondiale, la zip di Sundbäck chiude le tasche di migliaia di uniformi. Sei anni dopo la BFGoodrich Company decide di utilizzarla su una linea di stivali di gomma denominati “Zipper boot”. Dall’abbreviazione nasce “Zip”, termine con il quale l’idea di Sundbäck passerà alla Storia. L’introduzione nel mondo dell’abbigliamento è invece più lenta. A rendere comune l’uso della zip sarà Elsa Schiaparelli, una delle figure più influenti della moda del Novecento. La rende un accessorio imprescindibile dei suoi abiti femminili. La trasforma in simbolo di autonomia: finalmente le donne possono chiudersi i vestiti da sole.

Nel 1937 la zip supera i bottoni nella “battaglia delle patte”. Gli stilisti francesi iniziano a inserirla sempre più spesso nei pantaloni da uomo al posto dei bottoni, e la rivista di moda Esquire dichiara le zip “l’idea più innovativa nel confezionamento di capi per uomo”. Grazie anche alla possibilità di limitare “caos involontario e imbarazzante“. Intanto in Giappone succede qualcosa di importante. Il giovane Tadao Yoshida fonda un’azienda dedicata alla produzione in serie di chiusure lampo. LaYoshida Kogyo Kabushikikaisha. Un nome lunghissimo, che con il tempo diventerà semplicemente YKK. Per mesi Yoshida acquista zip provenienti dagli Stati Uniti, le smonta una per una, studia i materiali, osserva ogni minimo difetto. Alla fine si convince di una cosa: le sue dovranno avere una qualità inarrivabile. Per riuscirci prende una decisione radicale: produrre tutto internamente. Le zip, i macchinari, i tessuti, perfino le scatole in cui vengono consegnate. Nessuna dipendenza da fornitori esterni, nessun dettaglio lasciato al caso. È l’unico modo, secondo lui, per custodire ciò che considera il vero segreto dell’eccellenza nipponica: la cura maniacale per le piccole cose. Dagli anni ’50 la YKK si espande e conquista clienti in tutto il mondo. Negli anni ’80 supera la sua storica rivale americana, la Talon (erede della Universal Fastener Company), diventando definitivamente sinonimo di affidabilità assoluta. Venendo scelta, negli anni, dai migliori marchi di sportswear. Da Patagonia ad Arc’teryx. La prossima volta che indossi qualcosa con una zip, controlla se noti la scritta YKK. Un termine da sempre misterioso per i consumatori, ma sinonimo di qualità per i manager delle aziende tessili. Ma la sua storia non finisce qui. Nel 1984 arriva un nuovo concorrente, la cinese SBS, che partendo da prodotti low-cost scala rapidamente il mercato arrivando a insediarla. I due colossi competono a colpi di brevetti, innovazioni e nuovi materiali. Ma non deve essere facile innovare un prodotto come la zip che, da quando esiste, cioè da quasi due secoli, è rimasto praticamente uguale. Semplice, funzionale, quasi invisibile. YKK ha provato a farlo comunque, collaborando con la Juki Corporation, un’altra icona della manifattura nipponica. Le due aziende hanno ripensato la cerniera da zero, chiedendosi come potesse integrarsi nei capi in modo più naturale. La risposta? Eliminando il tessuto. Qualche mese fa hanno presentato questa nuova soluzione, minimalista. Si chiama AiryString. Una zip senza il tradizionale nastro di tessuto, progettata per essere cucita direttamente sul capo con un’apposita macchina da cucire.


Uno dei primi capi che utilizzano AiryString di YKK è il Summit Series Advanced Mountain Kit di The North Face.
Dove tutti cercano di aggiungere, loro hanno provato a fare il contrario. Togliere. Da sempre la cosa più difficile. Less is more dicono. Vale in tante situazioni. Quando elimini il superfluo, resta solo ciò che conta davvero. Per oggi è tutto, grazie della compagnia. alla prossima, Andrea
Fonti per la scrittura di questa newsletter: Da dove vengono le zip? Storia della cerniera zip, Perché le zip hanno la scritta YKK?
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